L’articolo è opera di don Piero
Coda, teologo e professore di Teologia presso la Pontifica università
Lateranense in Roma. Don Coda ha condiviso con don Mauro gli anni
della formazione teologica, lo ha seguito, come professore, nella
preparazione della Tesi di Licenza e lo stava aiutando nella stesura
della Tesi di Dottorato.
La qualità di un autentico pensiero è far pensare.
E bisogna riconoscere che non accade frequentemente d’incontrarla
nelle colluvie di scritti e di discorsi che - soprattutto oggi
- c’investono d’ogni dove. Nel pensiero di Mauro,
invece, è ciò che ti colpisce sin dall’inizio.
Anzi, il suo pensiero e il suo linguaggio vanno più in
là: ti sorprendono. Come ben sapevano Platone e Aristotele,
l’inizio del filosofare sta nello stupore. E chi è
stupito trasmette stupore. Schelling, dal canto suo, affermava
che il massimo dello stupore lo si prova nell’impatto, imprevisto
e rischiarante, con l’evento generatore della fede cristiana:
l’abbandono e la morte in Croce di Cristo, segno insuperato
e definitivo dell’Amore che è in Dio.
Mauro è avvinto un giorno da questo stupore e lo è
sempre di nuovo e sempre più in profondità, in tutto
il breve ma intensissimo cammino della sua vita. Lo stupore abita
il suo pensiero e il linguaggio, imprimendo in essi un’originalissima
tonalità.
Mi riferisco, in particolare, a quelle che amerei definire le
sue due "opere maggiori", sotto il profilo teoretico:
la tesi di laurea in filosofia, discussa presso la facoltà
di lettere e filosofia dell’università di Macerata,
e la tesi di licenza in teologia dogmatica, discussa presso la
facoltà di teologia dell’università Lateranense
di Roma. In esse, ciò che sorprende è la scelta
del tema: rivelatrice, in entrambi i casi, della personalità
intellettuale, poliedrica e flessibile, eppure decisamente profilata
e unitaria, di Mauro.
"L’umanesimo wagneriano tra ideologia ed arte":
è il titolo del suo primo lavoro scientifico (1982). Mauro
è da sempre profondamente sensibile all’arte, è
anzi un temperamento artistico: e il suo interpretare creativamente
la realtà ne porta l’inimitabile impronta. Nella
lettura che offre della parabola musicale wagneriana, egli intuisce
raccolti i grandi esiti espressivi del travaglio moderno: il vitalismo
biologico di Siegfried, la tentazione nichilistica di Tristan,
l’esodo pasquale di Parsifal. L’interpretazione è
ardita: perché ambisce leggere il senso interiore del ritmo
musicale nel suo prender forma in queste figure e nel suo snodarsi
- logico, eppure libero - dell’una verso l’altra.
Senza dissolverle dialetticamente, ma pro-ponendole quali possibilità
che diventano reali là dove il dramma dell’esistenza
si chiude o si schiude all’avvento di quell’Altro,
che sin dall’inizio ha sollecitato l’avventura di
ognuna.
Ci troviamo così di fronte all’intreccio dei diversi
fili da cui Mauro tesse, con perizia e originalità, la
trama della sua ricerca. La cultura moderna, con le sue tensioni,
i suoi slanci e i suoi abissi, da un lato; l’arte, dall’altro,
come luogo in cui s’annuncia, per trasfigurarla, l’alterità
di cui vive e verso cui tende l’esistenza umana; e l’avvento
di questa novità nella storia del mondo. "Il Nulla
- scrive Mauro, a conclusione del suo primo lavoro - è
il ‘punto’, l’attimo in cui l’esistenza
e l’Essere si toccano e in qualche modo si congiungono".
Nel mentre sperimenta il suo finire, il finito può - per
grazia - abbandonar-si per ricever-si così attraverso l’Altro-da-sé.
L’arte wagneriana - e soprattutto la musica - si fa veicolo
di questa "rivelazione", e cifra dell’anelito
più vero del nostro tempo.
La
seconda opera di Mauro, che vide la luce, nella sua forma definitiva,
una quindicina d’anni dopo (precisamente nel ’97),
corona non solo i suoi studi di teologia, ma anche un intenso
cammino spirituale, sempre più limpidamente nutrito alla
fonte del carisma dell’unità di Chiara Lubich. Un
carisma che - per dirla con H.U. von Balthasar - è di quelli
che dischiudono uno sguardo nuovo sul e dal centro della rivelazione
cristiana. Tutto ciò, a dire il vero, era già presente
nello studio sull’estetica di Wagner ma ora - sia per il
tema squisitamente teologico che è scelto, sia per la frequentazione
della Scrittura e della Tradizione e lo scavo di esse nella vita
- viene in luce a tutto tondo. L’argomento è ambizioso,
attuale e importante: "Il fondamento staurologico dell’analogia
in: Dio mistero del mondo di E. Jungel". Ciò che ha
convinto Mauro a scegliere un’opera come quella di Jungel,
apparsa nel 1977 - e attorno alla quale già alcuni autori
di tutto rispetto s’erano cimentati - sono l’inconsueto
acume speculativo e insieme l’ampiezza d’orizzonte
teoretico, nello spazio di confine tra l’approfondimento
dogmatico fondamentale e la ricerca filosofica, che Jungel impegna
attorno a una questione oggi decisiva, come testimonia anche la
recente enciclica di Giovanni Paolo II Fides et ratio: la riformulazione
dello statuto epistemologico del pensiero della fede. La domanda,
in fin dei conti, è la stessa della prima opera, e anche
la sensibilità con cui è affrontata e i fili di
cui è intessuta la linea di risposta sono gli stessi. Ma
con ben altra maturità.
Il linguaggio è davvero bello: ricco e persino denso,
ma cristallino ed elegante. Lo svolgersi del pensiero luminoso
e penetrante. Il vigore speculativo, poi, non è da meno
delle pagine di Jungel che vengono analiticamente esaminate e
vagliate. La documentazione critica è di prim’ordine,
e sicuro il destreggiarsi nel quasi ingovernabile patrimonio della
filosofia e della teologia occidentali. Tanto che la commissione
esaminatrice - di cui facevo parte insieme con i professori M.
Bordoni e F. Marinelli - fu unanime nel valutare il lavoro di
livello dottorale; con qualche aggiunta a carattere sistematico
nell’ultima parte – si auspicò – ci si
sarebbe potuti presentare entro breve tempo per il dottorato in
teologia. E Mauro, infatti, subito dopo approntò un ampio
e dettagliato schema in cui, riproducendo i temi dello studio
concluso, li completava seguendo le linee prospettiche già
individuate.
Ma veniamo al tema sviscerato prendendo spunto dall’opera
di Jungel. Si tratta dell’analogia come evento in cui Dio
viene accolto e ridonato nel pensiero e nel linguaggio umano.
Mauro ripropone la vicenda dell’analogia nel pensiero occidentale:
dalla sua presenza nel platonismo e nell’aristotelismo,
alla sua assunzione in ambito teologico nella scolastica medievale,
soprattutto in San Tommaso, sino al suo tramonto, connesso alla
crisi della metafisica e alla spinta della teologia della croce
luterana. Né manca un’acuta rivisitazione della grande
disputa che ha contrapposto nel nostro secolo, a partire dagli
anni ’30, l’analogia fidei proposta da K. Barth all’analogia
entis difesa da E. Przywara. Il nocciolo della difficoltà,
che esplode – nella modernità – come quesito
intorno alla possibilità stessa di pensare e dire di Dio,
sta nell’articolare correttamente la Parola di Dio e le
parole dell’uomo: senza che la prima renda del tutto vane
le seconde, e senza che queste ultime catturino e snaturino la
prima. Il grande merito di Jungel - nel contesto di una vigorosa
e generalizzata ripresa dell’analogia - è quello
d’aver dato un decisivo contributo al recupero della centralità
di essa per il discorso teologico - scrive Mauro - quale "pensiero
che corrisponde (nella libertà dell’evento) a Dio,
giungendo a superare l’infinita sproporzione tra l’infinito
e il finito in una vicinanza/affinità che non dissolve
ma libera la differenza concreta tra Dio e l’uomo".
Tale corrispondenza si attua, sempre di nuovo e sempre in forme
nuove, nell’evento pasquale del Crocifisso/Risorto in cui
Dio viene a noi e noi andiamo a e in Dio. Questa l’intuizione
di Jungel. Che Mauro non teme di sceverare dall’insieme
dell’impostazione teoretica dell’Autore, indicandone
con finezza e decisione anche i consistenti limiti.
A questo punto, in dialogo con Jungel e con le istanze della
filosofia e della cultura dell’uomo contemporaneo, Mauro
abbozza il suo proprio cammino, in sintonia e familiarità
con le prospettive dell’analogia trinitaria. L’analogia
dell’essere - sottolinea - sta a indicare l’essere
l’uno nell’altro e l’uno fuori dell’altro
dell’Essere e degli esseri, il cui significato ultimo si
rivela - nell’evento pasquale - come l’essere-l’uno-per-l’altro
del Padre e del Figlio, e di noi per Lui, nello Spirito.
Qui Mauro s’è fermato. Ma aveva toccato il centro.
Ed è stato chiamato a oltrepassare la soglia, e a vivere
di e in questa Realtà per sempre: in una novità
in cui la sua capacità di stupirsi e di stupire, pur sazia,
avrà ancora sempre di nuovo qualcosa d’imprevisto
da incontrare.
Mi auguro che la sua opera, tutta o almeno in parte, sia pubblicata.
E che qualcuno prosegua il cammino là dove lui è
giunto. Mentre sono certo che - ora più di prima - posso
pensare e amare con lui, in quell’amicizia che è
luogo dove accade la verità.
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