Speciale su don Mauro
(gennaio 1999)

Sommario

Una vita preziosa

La sua vita, un dono

Carità, condivisione, creatività

Profilo intellettuale di don Mauro

Insegnamento di teologia a Fermo

La testimonzianza di un collega, docente al Seminario di Fermo

Grazie, scusa, ti voglio bene

I giovani della parrocchia al termine della liturgia funebre

Le parole di don Salvatore il giorno del funerale

I bambini delle elementari

Il Presidente della Circoscrizione di Monticelli

Altre testimonianze

Scritti di don Mauro
Sulla parrocchia

Profilo intellettuale di don Mauro
di don Piero Coda

L’articolo è opera di don Piero Coda, teologo e professore di Teologia presso la Pontifica università Lateranense in Roma. Don Coda ha condiviso con don Mauro gli anni della formazione teologica, lo ha seguito, come professore, nella preparazione della Tesi di Licenza e lo stava aiutando nella stesura della Tesi di Dottorato.

La qualità di un autentico pensiero è far pensare. E bisogna riconoscere che non accade frequentemente d’incontrarla nelle colluvie di scritti e di discorsi che - soprattutto oggi - c’investono d’ogni dove. Nel pensiero di Mauro, invece, è ciò che ti colpisce sin dall’inizio. Anzi, il suo pensiero e il suo linguaggio vanno più in là: ti sorprendono. Come ben sapevano Platone e Aristotele, l’inizio del filosofare sta nello stupore. E chi è stupito trasmette stupore. Schelling, dal canto suo, affermava che il massimo dello stupore lo si prova nell’impatto, imprevisto e rischiarante, con l’evento generatore della fede cristiana: l’abbandono e la morte in Croce di Cristo, segno insuperato e definitivo dell’Amore che è in Dio.

Mauro è avvinto un giorno da questo stupore e lo è sempre di nuovo e sempre più in profondità, in tutto il breve ma intensissimo cammino della sua vita. Lo stupore abita il suo pensiero e il linguaggio, imprimendo in essi un’originalissima tonalità.

Mi riferisco, in particolare, a quelle che amerei definire le sue due "opere maggiori", sotto il profilo teoretico: la tesi di laurea in filosofia, discussa presso la facoltà di lettere e filosofia dell’università di Macerata, e la tesi di licenza in teologia dogmatica, discussa presso la facoltà di teologia dell’università Lateranense di Roma. In esse, ciò che sorprende è la scelta del tema: rivelatrice, in entrambi i casi, della personalità intellettuale, poliedrica e flessibile, eppure decisamente profilata e unitaria, di Mauro.

"L’umanesimo wagneriano tra ideologia ed arte": è il titolo del suo primo lavoro scientifico (1982). Mauro è da sempre profondamente sensibile all’arte, è anzi un temperamento artistico: e il suo interpretare creativamente la realtà ne porta l’inimitabile impronta. Nella lettura che offre della parabola musicale wagneriana, egli intuisce raccolti i grandi esiti espressivi del travaglio moderno: il vitalismo biologico di Siegfried, la tentazione nichilistica di Tristan, l’esodo pasquale di Parsifal. L’interpretazione è ardita: perché ambisce leggere il senso interiore del ritmo musicale nel suo prender forma in queste figure e nel suo snodarsi - logico, eppure libero - dell’una verso l’altra. Senza dissolverle dialetticamente, ma pro-ponendole quali possibilità che diventano reali là dove il dramma dell’esistenza si chiude o si schiude all’avvento di quell’Altro, che sin dall’inizio ha sollecitato l’avventura di ognuna.

Ci troviamo così di fronte all’intreccio dei diversi fili da cui Mauro tesse, con perizia e originalità, la trama della sua ricerca. La cultura moderna, con le sue tensioni, i suoi slanci e i suoi abissi, da un lato; l’arte, dall’altro, come luogo in cui s’annuncia, per trasfigurarla, l’alterità di cui vive e verso cui tende l’esistenza umana; e l’avvento di questa novità nella storia del mondo. "Il Nulla - scrive Mauro, a conclusione del suo primo lavoro - è il ‘punto’, l’attimo in cui l’esistenza e l’Essere si toccano e in qualche modo si congiungono". Nel mentre sperimenta il suo finire, il finito può - per grazia - abbandonar-si per ricever-si così attraverso l’Altro-da-sé. L’arte wagneriana - e soprattutto la musica - si fa veicolo di questa "rivelazione", e cifra dell’anelito più vero del nostro tempo.

La seconda opera di Mauro, che vide la luce, nella sua forma definitiva, una quindicina d’anni dopo (precisamente nel ’97), corona non solo i suoi studi di teologia, ma anche un intenso cammino spirituale, sempre più limpidamente nutrito alla fonte del carisma dell’unità di Chiara Lubich. Un carisma che - per dirla con H.U. von Balthasar - è di quelli che dischiudono uno sguardo nuovo sul e dal centro della rivelazione cristiana. Tutto ciò, a dire il vero, era già presente nello studio sull’estetica di Wagner ma ora - sia per il tema squisitamente teologico che è scelto, sia per la frequentazione della Scrittura e della Tradizione e lo scavo di esse nella vita - viene in luce a tutto tondo. L’argomento è ambizioso, attuale e importante: "Il fondamento staurologico dell’analogia in: Dio mistero del mondo di E. Jungel". Ciò che ha convinto Mauro a scegliere un’opera come quella di Jungel, apparsa nel 1977 - e attorno alla quale già alcuni autori di tutto rispetto s’erano cimentati - sono l’inconsueto acume speculativo e insieme l’ampiezza d’orizzonte teoretico, nello spazio di confine tra l’approfondimento dogmatico fondamentale e la ricerca filosofica, che Jungel impegna attorno a una questione oggi decisiva, come testimonia anche la recente enciclica di Giovanni Paolo II Fides et ratio: la riformulazione dello statuto epistemologico del pensiero della fede. La domanda, in fin dei conti, è la stessa della prima opera, e anche la sensibilità con cui è affrontata e i fili di cui è intessuta la linea di risposta sono gli stessi. Ma con ben altra maturità.

Il linguaggio è davvero bello: ricco e persino denso, ma cristallino ed elegante. Lo svolgersi del pensiero luminoso e penetrante. Il vigore speculativo, poi, non è da meno delle pagine di Jungel che vengono analiticamente esaminate e vagliate. La documentazione critica è di prim’ordine, e sicuro il destreggiarsi nel quasi ingovernabile patrimonio della filosofia e della teologia occidentali. Tanto che la commissione esaminatrice - di cui facevo parte insieme con i professori M. Bordoni e F. Marinelli - fu unanime nel valutare il lavoro di livello dottorale; con qualche aggiunta a carattere sistematico nell’ultima parte – si auspicò – ci si sarebbe potuti presentare entro breve tempo per il dottorato in teologia. E Mauro, infatti, subito dopo approntò un ampio e dettagliato schema in cui, riproducendo i temi dello studio concluso, li completava seguendo le linee prospettiche già individuate.

Ma veniamo al tema sviscerato prendendo spunto dall’opera di Jungel. Si tratta dell’analogia come evento in cui Dio viene accolto e ridonato nel pensiero e nel linguaggio umano. Mauro ripropone la vicenda dell’analogia nel pensiero occidentale: dalla sua presenza nel platonismo e nell’aristotelismo, alla sua assunzione in ambito teologico nella scolastica medievale, soprattutto in San Tommaso, sino al suo tramonto, connesso alla crisi della metafisica e alla spinta della teologia della croce luterana. Né manca un’acuta rivisitazione della grande disputa che ha contrapposto nel nostro secolo, a partire dagli anni ’30, l’analogia fidei proposta da K. Barth all’analogia entis difesa da E. Przywara. Il nocciolo della difficoltà, che esplode – nella modernità – come quesito intorno alla possibilità stessa di pensare e dire di Dio, sta nell’articolare correttamente la Parola di Dio e le parole dell’uomo: senza che la prima renda del tutto vane le seconde, e senza che queste ultime catturino e snaturino la prima. Il grande merito di Jungel - nel contesto di una vigorosa e generalizzata ripresa dell’analogia - è quello d’aver dato un decisivo contributo al recupero della centralità di essa per il discorso teologico - scrive Mauro - quale "pensiero che corrisponde (nella libertà dell’evento) a Dio, giungendo a superare l’infinita sproporzione tra l’infinito e il finito in una vicinanza/affinità che non dissolve ma libera la differenza concreta tra Dio e l’uomo". Tale corrispondenza si attua, sempre di nuovo e sempre in forme nuove, nell’evento pasquale del Crocifisso/Risorto in cui Dio viene a noi e noi andiamo a e in Dio. Questa l’intuizione di Jungel. Che Mauro non teme di sceverare dall’insieme dell’impostazione teoretica dell’Autore, indicandone con finezza e decisione anche i consistenti limiti.

A questo punto, in dialogo con Jungel e con le istanze della filosofia e della cultura dell’uomo contemporaneo, Mauro abbozza il suo proprio cammino, in sintonia e familiarità con le prospettive dell’analogia trinitaria. L’analogia dell’essere - sottolinea - sta a indicare l’essere l’uno nell’altro e l’uno fuori dell’altro dell’Essere e degli esseri, il cui significato ultimo si rivela - nell’evento pasquale - come l’essere-l’uno-per-l’altro del Padre e del Figlio, e di noi per Lui, nello Spirito.

Qui Mauro s’è fermato. Ma aveva toccato il centro. Ed è stato chiamato a oltrepassare la soglia, e a vivere di e in questa Realtà per sempre: in una novità in cui la sua capacità di stupirsi e di stupire, pur sazia, avrà ancora sempre di nuovo qualcosa d’imprevisto da incontrare.

Mi auguro che la sua opera, tutta o almeno in parte, sia pubblicata. E che qualcuno prosegua il cammino là dove lui è giunto. Mentre sono certo che - ora più di prima - posso pensare e amare con lui, in quell’amicizia che è luogo dove accade la verità.

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