Pubblichiamo qui un estratto di un articolo
del 1986 che ha scritto per il giornale Gen’s (Rivista di
vita ecclesiale) di cui è stato redattore dal 1982 al 1987.
E’ la relazione di un incontro di 500 parroci convenuti
a Roma da tutta Europa per parlare sulle prospettive e le sfide
per la realtà parrocchiale in un mondo secolarizzato. Nonostante
sia di 13 anni fa circa, ci è sembrato particolarmente
attuale.
Dove va la parrocchia? Stando agli ultimi dati, il quadro clinico
non sembra poi così nero come certi trascorsi avrebbero
forse fatto temere; ma da qui a parlare di crisi superata, anche
ad essere ottimisti, il passo pare un po’ azzardato...
Certo che questi ultimi decenni sono stati parecchio difficili.
Da perno di un sistema rurale, dove il piccolo territorio era
tutto, la parrocchia s’è vista via via relegata verso
la periferia di un quadro sociale assai più ampio e complesso.
Il paese di montagna muore, la campagna si lascia sedurre dal
richiamo del mondo urbano. La città è policentrica,
frenetica, impone una mobilità e varietà di rapporti
che la parrocchia non può più contenere. La piccola
unità è spezzata. Anche le comunicazioni di massa
fanno la loro parte: il mondo irrompe nella piccola unità
territoriale e la fa sempre più piccola, fino a dissolverla.
Se da un lato la parrocchia assiste con senso d’impotenza
alla ridda di trasformazioni fuori di sé, sul fronte interno
non scoppia certo di salute.
[...] C’è un fossato da colmare: se ne sente l’urgenza,
ma non si sa bene cosa fare. "Il disorientamento si esprime
nella grande varietà delle formule e dei metodi pastorali.
C’è chi insiste su una pastorale sacramentale e della
catechesi, e chi si orienta verso una pastorale dei bisogni, per
partire dalle esigenze più vive dell’uomo d’oggi;
si parla di pastorale della convinzione, di pastorale d’ambiente,
pastorale dell’accoglienza... Un’osservazione da fare
è che queste vie pastorali terminano generalmente ai singoli
individui oppure, se tendono a farne una comunità spirituale,
questa in genere non va oltre la partecipazione collettiva ai
momenti di culto e in particolare alla celebrazione eucaristica.
E c’è da chiedersi, riguardo alle varie forme associative,
se non corrano il rischio di esser motivate più da finalità
estrinseche (caritative, missionarie ecc.) o dalla soddisfazione
dei bisogni psicologici dei membri, che dalla novità cristiana
portata da Gesù. Sta qui il punto, a quanto pare, l’istituzione
parrocchiale, ormai al di là del mero servizio religioso
nell’ambito del territorio, sembra da ricercarsi nella formazione
di comunità ecclesiali che corrispondano alle molteplici
esigenze delle comunità umane nella moderna società.
"Comunità", cioè gruppi di persone che
vivano in comunione: e la comunione mal s’accorda con una
visione del cristianesimo - e una pastorale - centrata prevalentemente
sul singolo, sulla sua ortodossia (avere le idee a posto) e ortoprassi
(applicare rettamente le norme) per la sua salvezza individuale.
E’ vero, tutti siamo già uniti nel battesimo, abbiamo
una sola fede, ci cibiamo dell’eucaristia, ma tutto ciò
può anche non portare alcuna conseguenza sul piano "sociale"
dei rapporti, tanto da farci dimenticare di essere membra di uno
stesso corpo. La comunione, poi, non tollera strumentalismi: va
cercata e vissuta per se stessa, perché è vivere
già fin d’ora quel "Come in cielo così
in terra", quel Regno dei cieli che Gesù è
venuto a portare perché l’uomo viva a immagine e
somiglianza di Dio-Trinità.
Qui sta la "proposta" contenuta nel tema del convegno:
"Per una pastorale dell’unità". "La
parrocchia oggi è chiamata ad operare il salto da una vita
spirituale individuale a una spiritualità "trinitaria",
che è poi la spiritualità della chiesa ("dove
due o tre sono uniti nel nome di Gesù - dice Origene -
lì è la chiesa"), facendo però attenzione
a non dare alla parola "spiritualità" un senso
restrittivo: questa comunione trinitaria si instaura tra persone
concrete, per cui il comportamento esteriore, sociale, è
segno e verifica del rapporto spirituale".
Che non siano parole lo si capisce subito, ascoltando il susseguirsi
di testimonianze. Tra questi sacerdoti, il seme di una pastorale
dell’unità sembra ormai aver gettato radici, e da
più parti già appare fecondo di frutti. Non pindarismi
dottrinali, ma fatti di vita vissuta nell’aderenza alla
Parola - punto di leva da tutti evidenziato come fonte di ogni
rinnovamento. Dunque, la vita di comunità evangelizzate,
autentiche e solide, che si rifrange - come attraverso un prisma
- nei molteplici aspetti della realtà ecclesiale, per irradiare
poi nel quotidiano intreccio di rapporti della comunità
umana. Meriterebbero ben altro spazio - ma almeno enunciamoli,
i vari aspetti toccati. Comunione dei beni e lavoro: è
l’esperienza di una comunità che risolve il problema
della disoccupazione giovanile. Apostolato: si raccontano i frutti
dell’amore reciproco tra i membri del consiglio pastorale,
e l’irradiazione verso i "lontani". Vita spirituale
e preghiera: dal vivere insieme la Parola, la scelta di una via
collettiva alla santità. Riposo e vita fisica: attraverso
week-end e vacanze comunitarie, si riesce a risanare un tessuto
sociale malato e frammentato per l’assenza rapporto. Armonia
e ambiente: la cura del liturgia, del luogo di culto e dei locali
parrocchiali come testimonianza di amore. Catechesi e istruzione
religiosa: la presenza di Gesù fra due o più come
fonte di luce e di sapienza vera, nell’esperienza di una
comunità di missione. Aggiornamento e mezzi di comunicazione:
la circolazione continua della vita e l’uso degli strumenti
esterni per l’unità della parrocchia... L’esperienzaci
fa scoprire questi aspetti come categorie dell’amore, che
è sempre vario, ma ha anche le sue leggi e i suoi modi
espressivi tipici, tanto nella vita individuale quanto nella vita
dei piccoli e grandi gruppi sociali. Sono le categorie vitali
della comunità cristiana, che quest’amore deve incarnare
al suo interno; saranno allora anche le categorie vitali di una
pastorale che non voglia essere un mero "fare", ma un’irradiare
quella "civiltà dell’amore" di cui la comunione
ecclesiale è già preludio, e in cui anche l’umano
si ritrova contenuto e realizzato in pienezza.
A questo punto il disegno comincia a prender forma. La parola
chiave è questa: comunità. Ma non comunità
- in primo luogo- come organizzazione giuridica, quanto piuttosto
come un corpo organico e vivificato dalla Parola e dall’amore
tra i suoi membri. Sembra l’uovo di Colombo: eppure è
condizione prima perché la parrocchia possa esser ancor
oggi nel mondo "segno e strumento di unità",
soggetto di una nuova evangelizzazione. Qui si comprende come
lo stesso Vaticano II, quando traccia le sue limpide affermazioni
sulle assemblee e comunità locali, le quali sono chiesa
viva, "famiglia di Dio, fraternità animata dallo spirito
di unità" (LG 9), ha di mira in primo luogo la parrocchia,
e ne disegna una visione dinamica: essa - dice - "offre un
luminoso esempio di apostolato comunitario fondendo insieme tutte
le differenze umane che vi si trovano e inserendole nell’universalità
della chiesa" (AA 10).
[...] Un’ultima precisazione: Mi sembra chiaro che un sacerdote
non potrà mai essere artefice di comunione se non è
egli stesso inserito in una "cellula" viva, nella comunione
fraterna con gli altri sacerdoti e in piena unità col vescovo.
Solo nel quotidiano esercizio della reciproca carità, fino
ad esser consumati in uno, si diventa atti a generare con la vita
- e non solo sacramentalmente - quella realtà che ha fatto
esclamare il Papa: "Parrocchia vuol dire: la presenza di
Cristo tra gli uomini!". |